mercoledì 11 novembre 2009

Minzoshow




Siamo alla frutta. Il Direttore del Tg1 si è lanciato (senza l'amato contraddittorio) in una performance senza precedenti nella televisione pubblica (a parte i suoi naturalmente), attaccando senza pudore il Procuratore Aggiunto di Palermo (per l'occasione nominato Procuratore da Minzolini) Antonio Ingroia. Il Pubblico Ministero palermitano, reo di aver “giudicato pericolosa la politica del governo sulla giustizia”, ha fatto, secondo il saggio Minzolini, “un'analisi sorprendente per un magistrato”. Mi sembra giusto, un magistrato non deve occuparsi di giustizia, non ne ha l'autorità e la competenza, mica Ingroia è Direttore del Tg1, conduce Porta a Porta, Matrix o fa parte di uno dei tanti partiti che straparlano di italiani intercettati e giudici politicizzati! 


Antonio Ingroia non puo' permettersi di esprimere analisi di carattere giuridico basate sul rispetto di quanto stabilito nella Costituzione della Repubblica italiana, mi pare giusto che si dedichi ad altro, attività alternative tipo escort, trans, cocaina, salotti televisivi compiacenti, o al massimo, se proprio vuole fare il magistrato, che si dedichi alla cattura di pericolosi criminali di strada, quali sono i ladri di polli o di mele al mercato.



Il problema di Ingroia sta nella presentazione. Quando conobbe il Presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, ladies and gentlemen, non era sul posto per partecipare ad una festa organizzata dal padrone di casa con giullari di corte e intrattenitrici di turno, ma si era presentato, udite udite, per interrogarlo, per chiedere alcuni chiarimenti (prima delle dieci domande di “Repubblica”) su Mangano e la sua assunzione ad Arcore, sul ruolo di Dell'Utri, sui flussi finanziari nelle casse delle holding dell'impero Fininvest, sulle origini del denaro e su strani aumenti di capitale e movimenti di denaro.


Senza parlare del “cursus honorum” del magistrato palermitano. Ha svolto il suo periodo da uditore giudiziario con Giovanni Falcone, poi allievo prediletto di Paolo Borsellino e suo Sostituto Procuratore presso la Procura di Marsala, all'età di 30 anni. Quando Borsellino fu nominato Procuratore Aggiunto di Palermo, decise di portare con sé il giovane Ingroia che dopo la strage di Via D'Amelio (19 luglio 1992), si dimise insieme ad altri sette magistrati della Procura palermitana protestando contro l'operato, non proprio limpido, dell'allora Procuratore Pietro Giammanco. Poi arrivò Caselli e i processi che non piacciono ai potenti con Antonio Ingroia Pubblico Ministero nel processo a Bruno Contrada (10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza definitiva), a Marcello Dell'Utri(9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, primo grado), a Mario Mori e Mauro Obinu (favoreggiamento alla latitanza di Bernardo Provenzano, processo in corso) e titolare dell'inchiesta sulla trattativa mafia-Stato, nonché colui che sta gestendo, insieme ad Antonino Di Matteo, Roberto Scarpinato e Paolo Guido, la collaborazione di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex Sindaco di Palermo, Vito. Sarà questo forse che non piace ai servi di turno?


Insomma Antonio Ingroia non si è mai lasciato corrompere da nessuno, non ha mai appoggiato logiche di partito, non ha mai partecipato a cene in casa di un suo imputato o del Presidente del Consiglio (spesso le due posizioni coincidono), non ha mai frequentato mafiosi o amici dei mafiosi.
Questo è i
l problema di Ingroia, è troppo pulito.


L'immunità parlamentare invece, nei Paesi europei in cui è prevista, viene applicata generalmente solo per tutelare i parlamentari nell'espressione di opinioni concernenti l'esercizio delle proprie funzioni (come previsto tra l'altro anche dall'articolo 68 della nostra Costituzione) e l'immunità per il Presidente del Consiglioo per il Primo Ministro non esiste nei Paesi del mondo occidentale, esiste in pochi Paesi quella per il Capo dello Stato che corrisponde al Presidente della Repubblica, non al Presidente del Consiglio. Capisco che per Minzolini & co. Berlusconi è l' “unico supremo e assoluto capo sulla terra” (Enrico VIII), ma non è il Capo dello Stato. 


Strano poi che Ingroia critichi un provvedimento come il disegno di legge sulle intercettazioni, che difatti non permetterà più ai magistrati di indagare a tutto campo, rallentando il processo investigativo e tornando indietro di almeno 20 anni, sia a livello investigativo, che di strumenti tecnologici utilizzati, della serie: i delinquenti parlano tramite Skype e i magistrati li spiano, origliando da dietro la porta o guardando dal buco della serratura.


"Siccome, come ci ricordavano uomini come Falcone e Borsellino, la lotta alla mafia non la puoi fare soltanto dentro i palazzi di giustizia con le indagini e coi processi. Dentro i palazzi di giustizia devi fare appunto le indagini e i processi. Con le prove, se ci sono e se non ci sono le prove non fai né l'uno né l'altro. Ma per affrontare la mafia, che non è soltanto un'organizzazione criminale, ma che è un sistema di potere criminale, la magistratura da sola non può vincere questo scontro. Occorre un movimento ampio, di opinione, della società ed è quello che Paolo Borsellino diceva con una frase, che se noi dicessimo oggi saremmo accusati naturalmente di essere politicamente schierati, che il nodo - diceva Paolo Borsellino – della lotta alla mafia è essenzialmente politico, perché prima di una magistratura antimafia occorre una politica antimafia".

(Antonio Ingroia - 7/11/09)


Martina Di Gianfelice

lunedì 9 novembre 2009

Da "Il Fatto Quotidiano" (8/11/09)


mercoledì 4 novembre 2009

Ma io so io e voi non siete un cazzo



La triste storia del neurone solitario che popola il cervello di Maurizio Gasparri è ormai nota a tutti. Il neurone provò tempo fa a chiedere un trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale all'inquilino di casa Alfano, ma il povero neurone, solitario anch'esso, per ripicca non glielo concesse. Da allora il povero neurone si aggira disperato alla ricerca di una forma di vita unicellulare con cui scambiare quattro chiacchiere, senza trovare soddisfazione. Ieri il proprietario del cervello, Maurizio Gasparri, ci ha mostrato l'ennesimo segno della frustrazione che affligge il suo povero neurone e lo ha fatto al premio “Paolo Borsellino”, in trasferta a Pescara.

Gasparri è entrato dall'ingresso posteriore per evitare quei brigatisti del movimento delle “Agende Rosse” che avevano con sé un'arma pericolosissima per l'incolumità di Gasparri: un'agenda rossa (quindi comunista, avrà pensato lui). 
Una ragazza gli ha poi consegnato il volantino ufficiale del movimento eversivo firmato Salvatore Borsellino (un pericoloso soggetto, infatti risulta addirittura incensurato!). Gasparri sfiora il foglio di carta e lo accartoccia dicendo: “la ringrazio e non le leggerò. Salvatore Borsellino è disistimato dal fratello, lei è giovane e non lo sa” (glielo avrà detto Paolo Borsellino durante una seduta spiritica). 
Il popolo delle “Agende Rosse” ha cercato invano di entrare nella sala dove Gasparri ha improvvisato un comizio politico davanti a inermi scolaresche attaccando l'opposizione (senza il tanto acclamato, da loro, contraddittorio), ma è stato fermato per esaurimento posti (i presenti ci raccontano invece di una sala con molte sedie vuote). 
Il gran finale è stato, secondo la testimonianza di una nostra amica, un insulto della platea diretto a Salvatore Borsellino e ai suoi ragazzi: “mafiosi rossi!”. 

Per dovere di cronaca le “Agende Rosse” non erano lì in gita scolastica, ma erano giunte sul posto per protestare contro un ospite, non proprio qualificato, invitato ad un premio intitolato al magistrato Paolo Borsellino. L'incompatibilità tra Gasparri e il premio si nota subito dall'accostamento delle parole magistrato-Gasparri. Il soggetto in questione è la stessa persona, che sulla scia del suo padrone, ha gridato ai giudici comunisti che emettono sentenze sfavorevoli al Presidente del Consiglio perché politicizzati, ha identificato i magistrati come personaggi che tramano contro il governo al fine di sovvertire le Istituzioni democratiche e la volontà popolare, ha sempre sostenuto e adorato il suo amato leader che ha pubblicamente (quindi senza vergognarsi) dichiarato: “Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. Mi sembra palese l'inadeguatezza di uno come Gasparri ad un premio dedicato ad un “mentalmente disturbato” ligio al dovere come Borsellino che oggi, se fosse vivo, sarebbe definito: pazzo, eversivo e comunista (tra l'altro era di destra).

Dopo le gravi affermazioni di Gasparri, Salvatore Borsellino ha annunciato di volerlo querelare. Peccato che Gasparri non sia uno qualunque, ma un Senatore della Repubblica immunizzato dalla carica che ricopre. Cioè se Borsellino fosse stato “face to face” con Gasparri e gli avesse ribattuto a tono, il Senatore avrebbe potuto trascinarlo in Tribunale a suon di risarcimenti milionari, se invece è Gasparri a dire “mafiosi rossi” o a dire un po' quel che cazzo gli pare (come si permettono di fare molti potenti) l'immunità lo copre da eventuali ripercussioni giudiziarie. 
Della serie: la legge è uguale per tutti o se preferite “ma io so io e voi non siete un cazzo!”

Martina Di Gianfelice e Cecilia Sala

Etica e Potere: inconciliabili?


Per riflettere sul rapporto tra etica e potere in Italia, basta analizzare la figura del Presidente più amato degli ultimi 150 anni: Silvio Berlusconi (per chi non lo avesse capito). 
Le Chevalier che fa shopping in tribunale acquistando, a prezzi non proprio modici (a botte di 600 mila dollari), avvocati e giudici, tratta la compravendita di senatori, offre ospitalità nella sua umile dimora ad escort e veline al seguito, fa assunzioni obbligate di mafiosi-stallieri (perché “all'annuncio non aveva risposto nessun altro”), frequenta minorenni con cui si diletta nel karaoke, piazza i suoi cortigiani nei posti strategici di comando, cambia le leggi per evitare il “gabbio”, si lancia in performance che ci regalano figure di merda internazionali, ha come braccio destro Marcello Dell'Utri il bibliofilo (condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa) e come “tuttofare” Cesarone Previti (condannato con sentenza definitiva a sei anni per corruzione nel procedimento IMI-SIR nel 2006 e per il Lodo Mondadori nel 2007, sconterà la bellezza di 5 giorni per intervenuta ex Cirielli + indulto che lo spediranno subito ai domiciliari e alle cure dei servizi sociali).

Questo e molto altro è l'etica del tombeur de femme più invidiato del mondo. 
Questo e molto altro è tutto falso e tendenzioso ad opera di giudici comunisti, secondo Berlusconi.
Due pesi, due misure è la parola d'ordine del governo.

Se Marrazzo si diletta frequentando trans nelle cui case (residenze private, ergo se qualcuno gira dei video si tratta di violazione della privacy) gira cocaina, la destra si scaglia contro il pericoloso soggetto invocando (giustamente) le dimissioni.

Se a frequentare escort (che poi vengono candidate alle elezioni!) con modalità poco chiare e ancora tutte da chiarire (mentre si produce una legge che prevede l'arresto delle prostitute (escort) e dei loro clienti (tra gli altri Berlusconi), in collaborazione con la specialista in materia Mara Carfagna) è il nostro amato Presidente si grida ai giudici comunisti, al golpe della sinistra, alla congiura della stampa italiana ed estera per spodestare l'intoccabile Presidente che dichiara di avere il 70% del consenso degli italiani quando combina qualcosa, il 60% quando combina qualcosa, ma i giornali (come accade spesso) non se ne accorgono e il 50% quando è gravemente malato e non risponde delle sue affermazioni.

Nessuno chiede le dimissioni, neanche la sinistra, se poi esiste ancora una sinistra.

Se uno zingarello entra in un supermercato e ruba una mela, una pera e una banana (e non dico che sia giusto), per l'opinione pubblica lo zingarello ha rubato ed è da punire (se poi è un immigrato si scatenano i Telegiornali).
Se Berlusconi paga 600 mila dollari un avvocato inglese per dichiarare il falso e salvargli la faccia nei processi per le tangenti alla Guardia di Finanza e All Iberian, non si grida certo allo scandalo, che sarà mai!

Ormai ci scandalizziamo solo per le cose stupide, mentre quando si tratta di ladri di Stato che rubano i soldi ai cittadini che lavorano onestamente ogni giorno, in condizioni spesso non proprio ottimali (vedi i lavoratori costretti in Cassa Integrazione o in piazza a protestare contro la chiusura delle proprie fabbriche e quindi contro la privazione di un futuro per i loro figli), l'Italia sta zitta e subisce. 
Siamo di bocca buona noi...

A questo punto mi viene un dubbio: ma Berlusconi ci ha proprio cementificato il cervello o abbiamo ancora dentro di noi una minima concezione del significato della parolina etica?

Martina Di Gianfelice

martedì 27 ottobre 2009

Mori VS Violante: la spuntano le carte della Commissione antimafia e l'agenda grigia


Il 20 ottobre 2009 si è svolta a Palermo un’udienza del processo in cui gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu sono imputati di favoreggiamento a Cosa Nostra. In particolare i due ufficiali sono accusati di aver favorito la latitanza del boss mafioso Bernardo Provenzano perchè non avrebbero ordinato un blitz che, nel 1995, avrebbe potuto portare alla sua cattura. L’udienza ha visto protagonisti Luciano Violante, ex-presidente della Commissione parlamentare antimafia ed ex-presidente della Camera dei Deputati, e Mario Mori, ex-colonnello del Reparto operativo speciale (Ros) dei carabinieri. Violante ha deposto in qualità di teste sugli incontri da lui avuti nei primi anni novanta con il col. Mori, mentre quest’ultimo ha reso dichiarazioni spontanee alla corte.




Luciano Violante, rispondendo alle domande del Pubblico Ministero Antonio Ingroia, ha raccontato dei suoi primi rapporti con Mori risalenti ai tempi in cui era giudice istruttore a Torino, per poi passare all'incontro del 7 luglio 1993 che aveva annotato nella sua agenda e ai tre incontri che colloca nel mese di ottobre precedentemente a quest'ultimo, ma dopo la sua nomina a Presidente della Commissione antimafia (25 settembre 1992).

Violante ha dichiarato che, nel corso di questi incontri, Mori gli prospettò la volontà di Vito Ciancimino di parlargli “riservatamente”. Violante rifiutò l'incontro “face to face” preferendo un'audizione di fronte alla Commissione antimafia. Mori fece presente che Ciancimino riteneva di dovergli riferire “cose importanti”. Gli consegnò infine un libro intitolato “Le mafie” scritto dall'ex sindaco di Palermo che fu inteso da Violante come un segno di disponibilità a collaborare del Ciancimino.

Il 29 ottobre, secondo la versione di Violante, egli comunicò alla Commissione antimafia la possibilità di collaborazione da parte del Ciancimino. Dagli atti della Commissione, desecretati il 20 ottobre 2009, risulta invece una riunione dell'Ufficio di Presidenza risalente al 27 ottobre 1992 che proponeva come ordine del giorno di disporre accertamenti sull'omicidio Lima e di discutere dell'audizione di Ciancimino.

Ciancimino scrive a Violante per essere sentito il 26 ottobre 1992, ma non risulta nemmeno agli atti della Commissione una sua audizione. Dalle carte della Commissione si evincono invece tentativi di delegittimazione ai danni di Ciancimino (sollecitazioni al Csm concernenti le misure di prevenzione da adottare nei confronti di Ciancimino, un occhio vigile sugli sviluppi del processo d'appello in cui era imputato), continue promesse di imminente audizione e conseguenti rinvii fino all'arresto del Ciancimino (19 dicembre 1992) e all'approvazione della proposta di ascoltare l'ex sindaco mafioso datata 6 luglio 1993.

Nonostante questo, Ciancimino non verrà mai convocato né sentito dalla Commissione.

Secondo Violante il contenuto dell'audizione di Ciancimino poteva vertere sui beni sequestrati o confiscati ai mafiosi e sui rapporti tra i democristiani della corrente andreottiana e Cosa Nostra.

L'interrogatorio di Violante continua con l'indicazione di un collega della DC, il senatore Paolo Cabras, un membro della maggioranza parlamentare con cui era solito consultarsi in merito a fatti rilevanti, come probabile (Violante non ricorda con precisione, nda) depositario delle rivelazioni che Mori fece a Violante.

Ad un tratto Violante cita un nome che non ci suona affatto nuovo, quello di Vittorio Mangano, che tra il '94 e il '96 tramite una lettera fece sapere a Violante (all'epoca dei fatti vice-Presidente della Camera) di volergli parlare. Di cosa volesse parlargli non è affar nostro...





Mario Mori, nelle sue dichiarazioni spontanee, ha insistito invece sull’importanza della cosiddetta inchiesta ”mafia-appalti” datata primi anni novanta e secondo lui fortemente sostenuta da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Mori ha sottolinenato il lavoro svolto dagli uomini del Ros in collaborazione con il giudice Falcone nell’ambito di tale inchiesta. Secondo Mori, l’allora Procuratore Aggiunto Falcone avrebbe commentato una decisione del Giudice per le indagini preliminari sfavorevole all’insieme delle richieste del pubblico ministero con queste parole: “Scelte riduttive per non coinvolgere politici”.

La parte più interessante è quella in cui Mori chiarisce alcuni punti sugli incontri con Borsellino.

Mori racconta che Borsellino, di ritorno dalla Germania con la Dottoressa Maria Teresa Principato, incontrò lo stesso Mori il 10 luglio 1992 per parlargli di Gioacchino Schembri, mafioso di Palma di Montechiaro, arrestato in Germania il 14 aprile 1992, mentre l'11 luglio 1992 Borsellino, secondo la versione di Mori che cita a sostegno l'agenda grigia del giudice, cenò al Circolo del comando generale dell'Arma dei Carabinieri con il Generale  Antonino Subranni, Mauro Obinu (coimputato di Mori, nda) e il Tenente Carmelo Canale (assolto il 16 novembre 2004, ex art. 530 comma 2 c.p., dai giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione).

Sull'agenda grigia di Borsellino in realtà risulta una cena con i Carabinieri il 10 luglio 1992, non l'11 (giornata nella quale il magistrato risulta impegnato a Salerno) come raccontato da Mori, mentre alle ore 13.30 dell'11 luglio 1992 Borsellino annotò “Ros”.

Per quanto riguarda le dichiarazioni di Violante, Mori ha confutato la versione dell’ex-presidente della Camera affermando che Ciancimino non richiese di “parlare riservatamente” con Violante bensì formalmente davanti ad un organo politico quale la Commissione antimafia. Questo perchè Ciancimino sarebbe stato convinto che dietro agli omicidi Lima, Falcone e Borsellino ci fosse una matrice politica.

Mori ha invece confermato la versione di Violante su un punto: l’ex Presidente della commissione antimafia gli domandò se avesse informato l’autorità giudiziaria della volontà di collaborare del Ciancimino e Mori rispose di no. Tutto vero, conferma Mori, ma ha aggiunto che non gli si puo’ imputare di aver agito singolarmente e per scopi personali senza avvertire le autorità, in quanto parlandone a Violante, almeno un personaggio istituzionale venne comunque a conoscenza del fatto.

 
Martina Di Gianfelice 

lunedì 26 ottobre 2009

Sic trans gloria Marrazzo

Le "trattative" tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato


Gli elementi contraddittori concernenti una presunta trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato a cavallo delle stragi del ’92-’93 e negli anni successivi, sembrano oggi assumere una valenza diversa con l’emergere di nuovi scenari che rivelano l’esistenza di almeno tre distinte trattative datate in periodi differenti.


La “prima trattativa”

 
Gi attori e gli scopi


L’esistenza di una prima trattativa tra alcuni appartenenti alle forze dell’ordine ed i vertici di Cosa Nostra è stata accertata con due sentenze passate in giudicato, quella denominata “Borsellino bis” sulla strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) e quella relativa alle stragi di Firenze, Milano e Roma nel 1993. 
Questa trattativa fu avviata subito dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992) da un ufficiale del reparto operativo speciale (ROS) dei Carabinieri, l’allora capitano Giuseppe De Donno, il quale, dopo aver ricevuto il via all’operazione dal suo diretto superiore colonnello Mario Mori, aprì un canale di comunicazione con Vito Ciancimino incontrandosi con questi più volte a Roma. La persona che fece da intermediario per stabilire questo contatto fu Massimo Ciancimino, figlio di Vito, che si fece portavoce presso il padre della richiesta del capitano De Donno.

Nelle motivazioni della sentenza di appello “Borsellino bis” si legge che “Mori ha dichiarato di essere stato scettico sull’iniziativa ma di aver ritenuto di assecondare il suo subordinato per lo stato di impotenza provata al momento della strage di Capaci. I rapporti con Ciancimino vennero gestiti successivamente dal capitano De Donno. Il generale (Mori, all’epoca colonnello, ndr)  accettava di incontrarlo solo dopo la strage di via D’Amelio. Cercava di ottenere da Ciancimino un input per giungere ad avere un contatto con Cosa nostra, per arrivare alla cattura di qualche latitante. Secondo Mori, Ciancimino aveva avviato il contatto tramite il medico personale di Riina Gaetano Cinà… Il generale confermava che i referenti di Ciancimino erano certamente il gruppo dei corleonesi e ribadiva fortemente che dal suo punto di vista quella non era stata una trattativa ma solo un modo per trovare una via per arrestare alcuni latitanti…
Il capitano De Donno dichiarava invece di avere incontrato il Ciancimino due o tre volte nel periodo tra le due stragi, precisando che si era trattato di un incontro di “studio” del personaggio. Si era ancora in questa fase quando intervenne la strage di via D’Amelio. L’ufficiale precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista”.

Quali furono invece i protagonisti e gli obiettivi da parte dell’organizzazione Cosa Nostra? Il contributo di conoscenza più consistente è giunto dal boss mafioso Giovanni Brusca, “reggente” del mandamento di San Giuseppe Jato e catturato il 20 maggio 1996. Dopo la cattura Brusca scelse di collaborare con la giustizia e rivelò agli inquirenti di aver saputo direttamente da Salvatore Riina nell’estate del 1992 che imprecisati personaggi delle Istituzioni “si erano fatti sotto” e che Riina aveva loro presentato un lungo elenco di richieste, il cosiddetto “papello”, in cambio della fine della strategia stragista. Nelle richieste comparivano la revisione delle condanne definitive del cosiddetto “maxiprocesso” ed una serie di interventi mirati ad indebolire l’azione repressiva dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Brusca rilasciò queste dichiarazioni nel luglio-agosto del 1996, in un momento antecedente alle dichiarazioni rilasciate dal colonnello Mori di fronte all’autorità giudiziaria di Firenze sulla “trattativa” avviata tramite Vito Ciancimino (agosto 1997).


I giudici di primo grado del processo per le stragi in continente del 1993 sulla base delle dichiarazioni di Brusca, di altre testimonianze ed elementi processuali hanno concluso che confrontando il racconto di Brusca e quello di Mori e De Donno balza evidente che parlano della stessa cosa: uomini, tempi, oggetto tornano con assoluta precisione; o almeno, tornano in maniera tale da escludere che testi e collaboratore parlino di cose diverse”.Riguardo alle affermazioni di Brusca, Mori e De Donno “non hanno fatto alcun riferimento alle richieste avanzate da Cosa Nostra per porre fine alle stragi; anzi, hanno espressamente escluso di aver mai sentito parlare di papello”. 



Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sui presunti testimoni della trattativa nel mondo politico

In questo quadro si inseriscono le dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi (primavera-estate 2009) da Massimo Ciancimino di fronte all’autorità giudiziaria di Palermo e Caltanissetta. Massimo Ciancimino sostiene di aver visto circolare nella casa del padre a Roma una copia del “papello” e che suo padre avesse richiesto delle “garanzie politiche” preventive all’accordo tanto a livello governativo quanto di opposizione parlamentare (Mori nega la richiesta di garanzie politiche avanzata da Vito Ciancimino). “Della trattativa doveva essere informato il presidente della commissione antimafia Luciano Violante. Un altro misterioso interlocutore aveva invece detto che il ministro Mancino già sapeva”. Queste rivelazioni di Massimo Ciancimino sono apparse sui giornali alla fine di luglio 2009. Pochi giorni dopo la pubblicazione delle dichiarazioni di Ciancimino, Violante ha chiesto di essere ascoltato dai magistrati di Palermo ed ha ammesso di essere stato avvertito da Mori dell’interesse di Vito Ciancimino a parlargli, ma ha detto di aver rifiutato l’incontro con l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia. Resta un’incognita la ragione per cui Violante non informò all’epoca la magistratura della richiesta pervenuta da Vito Ciancimino. Violante avrebbe potuto altresì attivarsi in prima persona essendo stato nominato nel settembre del 1992 presidente della Commissione Antimafia, organismo dotato per sua natura dei poteri d’indagine della magistratura inquirente.

Sull’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) Nicola Mancino gravano invece pesanti interrogativi mai risolti. Secondo il pentito Gaspare Mutolo, il Magistrato Paolo Borsellino interruppe il 1 luglio 1992 un interrogatorio con lo stesso Mutolo a Roma dopo aver ricevuto una telefonata. “Sai, Gaspare, debbo smettere perchè mi ha telefonato il ministro, vabbè... manco una mezz’oretta e vengo” disse Borsellino prima di recarsi al Viminale. Il collaboratore ha inoltre riferito che il giudice tornò dopo circa un’ora molto scosso da quell’incontro tanto che Mutolo gli chiese: “Dottore, ma che cosa ha?”. Al che Borsellino rispose che viceversa del ministro si era incontrato al Viminale con il dottor Vincenzo Parisi, allora capo della Polizia, ed il dottor Bruno Contrada, funzionario del SISDE. Il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Aliquòha confermato di aver accompagnato Borsellino al Viminale fin sulla soglia della porta del ministro, ma di essere rimasto fuori dall’ingresso.


Un dato di fatto è che sull’agenda grigia di Paolo Borsellino alla data del 1 luglio 1992, alle ore 19.30, compare l’annotazione “Mancino”. L’allora ministro dell’interno Mancino ha fornito dichiarazioni alquanto confuse sui fatti di quel giorno, affermando di “non ricordare l’incontro con Borsellino ma di non poter escluderlo”, fino ad ipotizzare una mera stretta di mano tra lui e il giudice “tra i tanti magistrati venuti ad omaggiarlo nel giorno del mio (di Mancino, ndr) insediamento.” A tale riguardo testimonianza rilevante è quella di Giuseppe Ayala, ex pubblico ministero del “Maxiprocesso” di Palermo, il quale il 23 luglio 2009 ha affermato che Mancino non avrebbe mai negato l’incontro, anzi l’avrebbe confermato mostrandogli un’annotazione sulla sua agenda, datata 1° luglio 1992. Prontamente smentito nel giro di poche ore dallo stesso Mancino, che nella trasmissione televisiva “Top Secret” aveva esibito un calendario (vd. “Il calendarietto di Mancino” di Salvatore Borsellino, 22 gennaio 2009) del luglio del ‘92 con nessuna annotazione al 1° del mese, Ayala ha ritrattato dando una nuova versione totalmente contrastante con la precedente e pertanto scarsamente attendibile.





L’accelerazione della fase esecutiva della strage di via D’Amelio

Mentre le indagini sulle eventuali “garanzie politiche” sulla “prima trattativa” sono tuttora in corso, la magistratura ha raggiunto conclusioni definitive sulle conseguenze che tale “dialogo” aperto dagli ufficiali del ROS Giuseppe De Donno e Mario Mori con i vertici di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino ebbe sulla strategia stragista dell’associazione mafiosa. La sentenza “Borsellino bis” ha stabilito che questa trattativa fu uno dei fattori esterni a Cosa Nostra che interferirono con i processi decisionali della strage. Il Magistrato Paolo Borsellino fu eliminato con una brusca accelerazione sui tempi pianificati da Cosa Nostra perché, secondo il collaboratore Giovanni Brusca, avrebbe potuto rappresentare un ostacolo alla trattativa avviata tra pezzi delle Istituzioni e l'associazione mafiosa. “La strage del dottor Borsellino – dichiara Brusca - è per me per due motivi: una è per accelerare, due, che il dottor Borsellino poteva essere l'ostacolo, quello che poteva non garantire quelle trattative che erano state richieste e, quindi, un elemento di ostacolo... un elemento di ostacolo da togliere di mezzo a tutti i costi, visto che non era abbordabile con la corruzione o con qualche altro sistema”.

Sulla base delle dichiarazioni del Brusca e degli altri elementi probatori i giudici di Corte di Assise di appello concludono: “Non disponiamo di riscontri al se come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca…Come è agevole rilevare, le indicazioni offerte dai due ufficiali dei carabinieri non permettono di riscontrare la tesi di Brusca di un contributo diretto della “trattativa”, avviata subito dopo Capaci tra il capitano De Donno e Vito Ciancimino, all’accelerazione della strage di via D’Amelio. E’ certo, tuttavia, che fissato il contatto e stabilito che i carabinieri avevano avvicinato il Ciancimino subito dopo la strage di Capaci per prendere contatti con Cosa nostra (al di là di quanto ha detto il capitano De Donno, un uomo esperto come Ciancimino non poteva non comprendere e comunicare a chi di dovere che quei generici discorsi sulle cause della strage e sulle intenzioni e le motivazioni dei mafiosi ad altro non potevano preludere che ad una richiesta di dialogo), la comunicazione di Riina a Brusca (“si sono fatti sotto”) era assolutamente giustificata dal modo in cui quel contatto si era realizzato, rafforzandosi così la convinzione di Riina di poter portare lo Stato a trattare e a fare concessioni a suon di stragi, avendo dimostrato quel primo contatto ai mafiosi che dall’altra parte si brancolava nel buio e si era disponibili ad un “dialogo” o ad una “trattativa”, nella quale far rientrare quei famosi punti del “papello”, la cui esistenza non può essere negata per il solo fatto che la negano i due ufficiali.
E’ assolutamente logico pensare che Ciancimino, quando chiese di sapere cosa avessero da offrire gli interlocutori e quando capì che non avevano da offrire in concreto alcunché, abbia capito che non era il caso di presentare le richieste di Cosa Nostra. Ovvero è ben possibile che l’ambasciatore di Riina, Cinà, abbia atteso, prima di autorizzare la presentazione delle richieste dell’organizzazione, di sapere quale fosse il grado di disponibilità ad accoglierle e il grado di rappresentatività dei carabinieri.
In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage.
Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante”.


Martina Di Gianfelice



LINK

a) 
Sentenza d´appello BORSELLINO BIS emessa dalla Corte di Assise di Appello di Caltanissetta presieduta dal dott. Francesco Caruso il 18 marzo 2002

b) 
Sentenza di primo grado sulla strage di via dei Georgofili emessa dalla Corte di Assise presieduta da Gaetano Tommaselli il 6 giugno 1998



La presunta “seconda trattativa”

Mentre alcuni dei nomi degli interlocutori e degli obiettivi della "prima trattativasono stati individuati dalla magistratura con sentenze definitive, i volti dei protagonisti e i contenuti della presunta “seconda trattativa” sono ancora oggetto di valutazione da parte dell’autorità giudiziaria. Tuttavia dalla sentenza di primo grado con la quale il sen. Marcello Dell’Utri è stato condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (11 dicembre 2004), dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e da altre acquisizioni investigative sono emersi numerosi elementi che rimandano ad una possibile convergenza degli interessi di Cosa Nostra con il programma politico del partito “Forza Italia”, presentato ufficialmente da Silvio Berlusconi il 18 gennaio 1994.
E' un fatto processualmente accertato che Totò Riina, dopo aver rinnegato l'appoggio politico alla DC, rea di non essere stata in grado di fornire le necessarie coperture a livello istituzionale e non aver impedito la buona riuscita del maxiprocesso, abbia spinto Cosa Nostra nel 1987 a votare alle elezioni politiche in massa il PSI nel tentativo non troppo nascosto di agganciare Bettino Craxi, che in quegli anni si era proposto come uno degli esponenti più potenti e carismatici del panorama politico italiano. Allo stesso modo, è noto che questa decisione, per altro non da tutti i mafiosi condivisa, si rivelerà sbagliata. In particolare, il ministro della giustizia di allora, il braccio destro di Craxi, Claudio Martelli, aveva tradito le aspettative di Cosa Nostra portando a Roma Giovanni Falcone. A quel punto, la mafia, in cerca di nuovi referenti politici, vira verso la stagione delle stragi secondo la logica del “fare la guerra per fare la pace”. Dopo le stragi di Capaci e Via D'Amelio, l'obiettivo è stato raggiunto in pieno. Lo stato si è detto disposto a dialogare con Totò Riina. “Si sono fatti sotto”, rivela il capo di Cosa Nostra.



La mafia vota Forza Italia

E' a quel punto che Cosa Nostra sente la necessità di far valere di nuovo il proprio peso all'interno delle istituzioni. L'idea iniziale è quella di creare un movimento separatista, Sicilia Libera, una nuova forza politica autonoma ad uso e consumo della mafia, gestita da Leoluca Bagarella. Il progetto naufraga quasi subito. Cosa Nostra ha già cambiato idea. Rivela Bagarella: “Ci stiamo orientando verso un'altra direzione che è di più facile realizzazione, mentre un progetto indipendentista passa per anni ed anni di lavoro, noi abbiamo degli agganci”. Siamo nel periodo immediatamente successivo alle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Riina è appena stato catturato, il 15 gennaio 1993. Nel continente esplodono bombe in successione, a Roma, Firenze e Milano. Di che agganci politici parla Bagarella? E' il pentito Tullio Cannella a rivelarlo senza mezzi termini: “Si stavano appoggiando, lo dico con onestà, con Forza Italia, quindi loro avevano dei vari candidati, amici di alcuni esponenti di Cosa Nostra e ciascun candidato con questi loro referenti aveva realizzato una sorta di patto elettorale, una sorta di impegno e quindi votavano per questi, tant’è vero che anche Calvaruso mi disse: ma sai, Giovanni Brusca mi porta in questi posti, riunioni, escono tutto il giorno volantini a tappeto di Forza Italia”.

E' in questo contesto che riappare, misteriosa, la figura di Vittorio Mangano. Già “stalliere” nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore tra il '74 e il '75, Mangano in quel periodo è appena uscito dal carcere ed è tornato a lavorare a pieno regime per Cosa Nostra. Intrattiene contatti stretti sia con Bagarella che conGiovanni Brusca e diviene referente di Cosa Nostra per la zona di Palermo-Centro. Bagarella in realtà non si fida di Mangano, ma allo stesso tempo lo tiene in pugno perché “serve territorialmente e politicamente”. Già nell'estate del '93, quando ancora non si è sopito l'eco delle bombe, nel quartier generale di Berlusconi si lavora alacremente all'idea di fondare un nuovo partito. Il principale sostenitore della discesa in campo di Berlusconi è proprio Dell'Utri, che la ritiene “assolutamente necessaria”. Fedele Confalonieri e Gianni Letta sono invece contrari. Dopo un periodo di incertezza, Berlusconi decide di dare ancora una volta fiducia a Dell'Utri e gli affida l'incarico di fondare Forza Italia. A quel punto, Provenzano ha deciso: quello è il cavallo di Troia su cui salire per entrare nei gangli vitali delle istituzioni. Spiega il pentito Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano: “Noi abbiamo avuto da sempre l’astuzia di metterci sempre con il vincitore, questa è stata la nostra furbizia. Quando ce ne andiamo a metterci con i socialisti già si vede che il discorso non regge. Stesso discorso con Forza Italia. Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi. Il popolo era stufo della Democrazia Cristiana, il popolo era stufo degli uomini politici, unni putieva cchiù, e non ne può più. Allora ha visto in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi e lei con chi parlava parlava e io lo vedevo, le persone tutte, come nuovo, come qualche cosa, come ancora di salvezza. E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo qua”.

La decisione ufficiale di scendere in campo arriva nell'autunno del 1993. Provenzano gioca tutta la sua credibilità all'interno di Cosa Nostra sulla carta Forza Italia. Ancora Giuffrè: “Provenzano stesso ci ha detto che eravamo in buone mani, che ci potevamo fidare. Diciamo che per la prima volta il Provenzano esce allo scoperto, assumendosi in prima persona delle responsabilità ben precise e nel momento in cui lui ci dà queste informazioni e queste sicurezze ci mettiamo in cammino, per portare avanti, all’interno di Cosa Nostra e poi, successivamente, estrinsecarlo all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

C'è un altro pentito, Salvatore Cucuzza, che spiega come l'intermediazione tra Cosa Nostra e il partito del duo Dell'Utri-Berlusconi sia stata gestita ancora una volta proprio da Vittorio Mangano. Cucuzza riferisce di aver saputo dallo stesso Mangano che questi si era incontrato “un paio di volte con Dell'Utri” alla fine del '93. Le date combaciano perfettamente. I due incontri avvengono infatti il 2 e il 30 novembre 1993, come si ricava da due annotazioni rinvenute nelle agende personali di Dell'Utri. Di cosa parlano i due? Lo rivela ancora Cucuzza: “Dell'Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli a Cosa Nostra sul fronte della giustizia, ovvero modifica del 41bis e sbarramento per gli arresti relativi al 416bis”. C'è un ulteriore collaborante, Francesco La Marca, che racconta di un episodio avvenuto nei primi mesi del 1994, quando Berlusconi è già sceso in campo ufficialmente. Mangano, poco prima delle elezioni, su preciso ordine di Bagarella e Brusca, si reca un paio di giorni a Milano per parlare con Dell'Utri. Tornato in Sicilia, Mangano è raggiante: “Tutto a posto! Dobbiamo votare Forza Italia! Così danno qualche possibilità di fatto del 41bis, i sequestri dei beni e per dedicare a noi collaboratori, per ammorbidire la legge”.

Sono proprio le richieste che Totò Riina aveva vergato di suo pugno sul “papello”, destinato poi a Vito Ciancimino perché lo facesse pervenire alle più alte cariche istituzionali, e che aveva come oggetto dell'accordo una serie di benefici per i mafiosi: revisione del maxiprocesso, l'abolizione del 41 bis, l'annessione dei condannati ex. art. 416 bis c.p. ai benefici per i detenuti previsti dalla “Legge Gozzini”, normative di legge favorevoli agli appartenenti all'organizzazione criminale e garanzie per gli interessi economici, quali appalti e finanziamenti statali, degli stessi.




I contatti tra Provenzano e la Fininvest

A corroborare la tesi secondo cui Provenzano avrebbe instaurato una sorta di trattativa parallela con Dell'Utri, ci sono tre lettere indirizzate tra il '91 e il '94 a Berlusconi dal boss corleonese e recuperate nella documentazione sequestrata ai familiari di Vito Ciancimino. A parlarne è stato qualche mese faMassimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Stando alla testimonianza di Ciancimino jr., la prima lettera fu a questi consegnata prima della trattativa del cd. “papello” da Pino Lipari, amministratore dei beni di Bernardo Provenzano e punto di riferimento per i contatti politici, alla presenza dello stesso boss corleonese nel villino di San Vito Lo Capo di proprietà del Lipari. Le altre due lettere risalirebbero al dicembre ’92 e ad inizio ’94. Il contenuto dell’ultima lettera indirizzata a Berlusconi (ritrovata durante una perquisizione nel 2005) concerne la richiesta, avanzata da Provenzano, di “mettere a disposizione (di Provenzano nda) le sue reti televisive (di Berlusconi nda)”, al fine di scongiurare il “triste evento” dell'uccisione di suo figlio. Il foglio su cui Provenzano ha avanzato questa offerta al futuro Onorevole Berlusconi è stato ritrovato strappato. Quando i magistrati di Palermo lo hanno mostrato a Massimo Ciancimino, questi si è detto preoccupato perché – ha riferito - “si tratta di cose troppo più grandi di me”.

Un altro documento importante al fine dell'accertamento della verità è un assegno, di cui parla sempre Ciancimino jr. dell'importo di 35 milioni firmato da Silvio Berlusconi; Ciancimino fu sorpreso a parlare dell'assegno con la sorella in un'intercettazione telefonica disposta dalla Procura di Palermo che indagava sul riciclaggio del patrimonio di Vito Ciancimino da parte del figlio. Ci sono poi tutta una serie di pagamenti, accertati in sede di giudizio, che pervenivano regolarmente nelle casse di Cosa Nostra dai conti correnti della Fininvest, in parte come riconoscimento per la protezione offerta Cosa Nostra alle antenne di Canale5installate sul monte Pellegrino a Palermo. Le testimonianze in proposito sono molteplici e concordi. Giovan Battista Ferrante, ritenuto dal Tribunale un collaboratore di giustizia serio ed affidabile, profondo conoscitore delle dinamiche più interne di Cosa Nostra, riferisce che Salvatore Biondino, l'autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente, con cadenza semestrale o annuale, somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Queste dichiarazioni collimano perfettamente con quelle di un altro pentito, Galliano, che aveva spiegato come Raffaele Ganci, una volta scarcerato nel 1988, aveva ripreso in mano, su ordine di Riina, la situazione relativa ai soldi provenienti da Canale5 per mezzo di Dell'Utri e Cinà.

Esistono addirittura delle agende che testimoniano inconfutabilmente come per esempio nel 1990 Canale5 aveva versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di "regalo". A corroborare la versione dei vari pentiti c'è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l'unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente "U cuirtu", cioè Riina e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino. Ma c'è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora era solito versare somme di denaro a Cosa Nostra per le "faccenda delle antenne", una sorta di contributo all'organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire.




Le rivelazioni di Luigi Ilardo

Dopo la vittoria alle elezioni del neonato partito di Berlusconi, secondo il boss e collaboratore di giustizia Luigi Ilardo “Provenzano ha ottenuto delle promesse dal nuovo apparato politico che ha vinto le elezioni in cambio dei voti ricevuti”. Infatti uno dei primi a parlare nello specifico di questa trattativa fu proprioLuigi Ilardo che rivelò alcune importanti informazioni al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, principale accusatore del generale Mario Mori nel procedimento in cui quest’ultimo è imputato assieme al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Bernardo Provenzano. Il generale Mori ed il colonnello Obinu sono accusati di aver agevolato la latitanza di Provenzano non avendo fatto quanto possibile per catturarlo in occasione di un summit mafioso che si tenne il 31 ottobre del 1995 nelle campagne di Mezzojuso (PA) e che fu preannunciato dall’Ilardo al colonnello Riccio. Riguardo alle direttive di voto impartite da Cosa Nostra, il colonnello Riccio racconta di un episodio significativo raccontatogli da Ilardo poco prima di essere assassinato: “Ilardo viene a sapere che c'era stata anche una riunione a Caltanissetta presieduta dai palermitani e, se non ricordo male, i palermitani avevano mandato, così lui mi racconta, un personaggio insospettabile dell'organizzazione, non noto alle forze dell'ordine, dove già erano stata date delle prime nuove linee della strategia evolutiva di governo di Cosa Nostra. (...) Avevano tentato di fare prima un partito per conto loro, ma era fallita questa strategia di fare un loro soggetto politico gestito direttamente da Cosa Nostra. Era fallita e Provenzano aveva stabilito un contatto con un esponente dell'entourage di Berlusconi, di Forza Italia. Per cui c'era l'indirizzo di votare di lì a poco tutti per Forza Italia. Quindi avevano stabilito un contatto con un personaggio dell'entourage di Berlusconi il quale aveva già dato assicurazioni che ci sarebbero state normative giudiziarie a loro più favorevoli e anche aiuti nell'aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Ovviamente Cosa Nostra doveva raggiungere una sua compattezza unitaria. Infatti la direttiva che allora era stata data è che ogni provincia doveva nominare un unico responsabile provinciale, risolvere i contrasti interni ad ogni famiglia, ritornare a una serie di attività criminali meno esposte, meno violente in modo da ridurre progressivamente la repressione dello stato”.

Chi era quell'uomo insospettabile delle istituzioni? Riccio lo scoprirà più tardi, sempre dalla voce di Ilardo: “Fu un momento fortuito. Questo avvenne già quando non ero più alla Dia. Ilardo venne un giorno in macchina...avevo sempre...come tante mattine prima di incontrare Ilardo prendevo il giornale e se non ricordo male c'era sul giornale un articolo che riguardava problematiche tra Dell'Utri e Rapisarda... per cui dissi: - E' questo qui...? - E lui: - Ci ha messo tanto a capirlo? Lei lo sapeva già. Perchè me lo chiede? - (...) Quindi ioinserii nella mia agenda il nome di Dell'Utri...”



Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti


LINK

a) 
Le "trattative" tra Cosa Nostra e pezzi dello stato - parte prima (Martina Di Gianfelice, 19luglio1992.com, 3 ottobre 2009)

b) 
Sentenza di primo grado Dell'Utri-Cinà emessa dalla seconda sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta dal dott. Leonardo Guarnotta (11 dicembre 2004)

c) 
"Marcello, Silvio e la mafia", il libro curato da Federico Elmetti per la guida alla lettura della sentenza di primo grado Dell'Utri-Cinà (19luglio1992.com)

sabato 24 ottobre 2009

"C'era una volta l'intercettazione" (di Antonio Ingroia)





fonte: Blogosfere e arigil


Marco Travaglio a Nettuno (23 ottobre 2009)

martedì 20 ottobre 2009

Il processo che non c'è


Oggi dev'esserci qualcosa di strano nell'aria dato che le truppe dell'official information all'italiana hanno scoperto dopo la bellezza di 23 udienze che esiste il processo a Mario Mori. Dal 1 luglio 2008 (prima udienza) il processo per favoreggiamento alla mafia (per la mancata cattura di Provenzano in un casolare di Mezzojuso, su indicazione del collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, nel 1995) che vede imputati Mori e Mauro Obinu risultava non pervenuto nei Tg nazionali, a eccezione del Tg3. Oggi, giorno del grande evento, il risveglio dal coma irreversibile in cui erano caduti gli house organ nostrani ha visto comparire sugli schermi il fantomatico “processo Mori” che quindi esiste ed è tra noi. 

E' apparso irrompente sul Tg5 che ha aperto con il titolo: “Nessuna trattativa tra Stato e mafia” che a vederlo così sembrerebbe una frase estrapolata da una sentenza definitiva, invece sono solo parole di Mario Mori, tratte dalla deposizione spontanea resa stamattina durante l'ennesima udienza del processo che lo vede coimputato con Obinu.
Il servizio ha ritenuto rilevanti, di tutto ciò che è stato detto in udienza stamattina dai vari Ciancimino e Violante, le seguenti affermazioni dell'imputato Mario Mori: “Non ci fu nessuna trattativa tra lo Stato e la mafia” e “parte della Magistratura ostacolava le indagini su mafia e appalti fortemente volute da Falcone e Borsellino.” 
Un po' pochino, ma per iniziare siamo sulla buona strada. 
Ricadiamo nel baratro della persecuzione dei giudici ai danni di poveri ed indifesi altissimi funzionari dello Stato, quando a metà servizio le nostre orecchie possono udire un timido: “E' drammatico il racconto di Mori.” 
Ci hanno provato, ma niente, è più forte di loro, verrebbe da dire: “Ritenta sarai più fortunato!”

Poi ci prova il Tg1 più timidamente, confinando il servizio dopo le notizie dall'Afghanistan.
Non avendo mai sentito parlare di questo processo gli spettatori spaesati si saranno chiesti: “E ora chi è 'sto Mori?”
Sarà forse che gli house organ abbiano tentato di salvare il salvabile facendo ascoltare l'altissimo Generale Mori che in veste di imputato, quindi non proprio il massimo della credibilità, nega l'esistenza della trattativa che invece sembra ormai certo ci sia stata?

Tutti i processi del Presidente

Intervento del 15/10/09 nella puntata "Io sono l'eletto" di Annozero


Il randello catodico-mafioso (Passaparola - 19/10/09)